• PIANI FORMATIVI AZIENDALI

    FORMAZIONE CONTINUA

    La formazione continua è volta a migliorare il livello di qualificazione e di sviluppo professionale delle persone che lavorano, assicurando alle imprese e agli operatori economici, sia pubblici che privati, capacità competitiva e dunque adattabilità ai cambiamenti tecnologici e organizzativi. 

  • CYBERBULLISMO: COME DIFENDERSI COL PROGETTO HAPPYNET

    Speciale dedicato al bilancio del progetto realizzato dall’agenzia formativa For.Ed.A. Toscana con il contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e grazie al sostegno della Direzione Istruzione e del Quartiere 5 del Comune di Firenze. CONTRORADIO Toscana

  • Alternanza Scuola Lavoro

 Formazione continua

Sistema Quartiere 5

Futuro Sociale Prossimo

          LIME

Leggetevi forte


Elaborazione di piani formativi aziendali funzionali allo sviluppo ed aggiornamento delle competenze degli occupati continua

L’Alternanza Scuola-Lavoro (ASL) basa le proprie fondamenta sulla creazione di una rete tra gli attori interessati.  Ma perché una rete?. continua

L' Alternanza Scuola-Lavoro (ASL) rappresenta una metodologia didattica che offre agli studenti la possibilità di fare scuola in situazione lavorativa e di “apprendere facendo”, alternando periodi di studio e di pratica continua


L’obiettivo generale è il miglioramento della occupabilità dei giovani under 29, attraverso la partecipazione ad interventi formativi nell’ambito della metalmeccanica continua

Viaggio alla scoperta e riscoperta del piacere della lettura in famiglia per genitori dei bambini e ragazzi continua

LE ROTONDE dell’adolescenza - Per un orientamento informativo scolastico e professionale

Il quadro della situazione

             La scelta di prolungare l’obbligo scolastico e formativo a diciotto anni per i giovani italiani risponde a cambiamenti sociali, economici forse anche antropologici. Deriva dall’esigenza di avere una forza lavoro con caratteristiche diverse rispetto a quella anche di sole  poche decine di anni fa:

  • più formata e in grado di dare delle risposte alle esigenze della globalizzazione che fa della qualità e dell’eccellenza dei prodotti gli elementi di forza per essere competitivi;
  • preparata per dialogare con le nuove tecnologie alle quali è affidata una parte rilevante della produzione;
  • flessibile come reclamano la mutabilità dei prodotti e le richieste del mercato;
  • capace di trasformare il posto di lavoro in un centro di ricerca e innovazione.

           

                Ma periodi di formazione più prolungati non sono solo una risposta al mercato del lavoro. Piuttosto è la società civile stessa che lo richiede. Il mondo delle relazioni si è allargato, la “generazione Erasmus”, ha trovato nelle esperienze di studio all’estero stimoli per confronti internazionali e mondiali; i progetti del FSE, quelli di mobilità in particolare, hanno offerto ulteriori incentivi a superare i confini nazionali in risposta alle richieste di realizzazione personale e non solo in campo lavorativo. I  confini si sono allargati e di pari passo si è ristretto il mondo. Vicino e lontano si sono relativizzati; per citare Giddens la globalizzazione ha complicato tutto, perché  ha "stressato" il rapporto spazio-temporale. Le migrazioni dei popoli richiedono atteggiamenti nuovi, un modo di pensare non più semplicemente in termini di accoglienza e di integrazione, ma di interazione profonda con chi è costretto a scappare  dalla propria terra nel tentativo di ricostruirsi una vita altrove.

Occorrono una Cultura diversa, nuovi strumenti per leggere e interpretare il mondo. La scuola, la formazione dovranno offrire risposte a trasformazioni così profonde. Ma la scuola non basta. Come se demandassimo ai soli medici la soluzione dei problemi di salute senza curarci delle norme igieniche basilari, di un’alimentazione sana, delle più elementari forme di  sicurezza o di prevenzione sanitaria. 

            I dati resi noti  da Eurostat informano che Il numero di laureati in Italia è del 21%, contro il 39% dei paesi industrializzati OCSE. L’Italia si trova nelle ultime posizioni in graduatoria, sui livelli della Repubblica Ceca e della Turchia.   La Commissione europea ha fissato  per gli stati membri dell’UE l’obiettivo del 40% di laureati nella fascia d’età tra 30 e 34 anni da raggiungere nel 2020, un traguardo che al momento sembra impossibile da centrare. Dopo l’incremento dal 2000 al 2003 (+ 19%), dal 2003 al 2012 il crollo di immatricolazioni è stato costante.  

                Numeri che vengono confermati da una ricerca effettuata da Alma Diploma: nel corso degli ultimi 27 anni l’Italia ha perso, a causa del calo demografico, quasi il 37%  dei propri diciannovenni. Contemporaneamente si è ampliata significativamente la  scolarizzazione della popolazione: nel 2012 è giunto al diploma di scuola secondaria il 76% dei 19enni, una percentuale praticamente doppia rispetto a quella rilevata agli inizi degli  anni ’80. Si è invece ridotto il passaggio dalla scuola secondaria superiore all’università. La diminuzione degli immatricolati deve tenere conto dell’effetto di un  ritorno all’università della popolazione più adulta avvenuto con l’introduzione della riforma del  “3+ 2” e che, dopo un picco nei primi anni di avvio del processo riformatore, si è affievolito.

Il messaggio rimane incerto: di fronte a un Paese che avrebbe necessità di  aumentare la soglia educazionale si registra una minore attrazione dei giovani e delle famiglie verso lo studio universitario. Nello stesso tempo diminuisce il tasso di occupazione giovanile e cresce quello di disoccupazione che supera il 40% tra i 15-24enni. E diventa sempre più rilevante il numero di coloro che non fanno nessuna scelta e che ricadono nella categoria dei NEET, giovani che non studiano e non cercano lavoro.

                Relativamente migliori (si fa per dire) i dati del secondo obiettivo, che fissa un tetto massimo del 10% di abbandoni scolastici tra i giovani di 18-24 anni. Il dato medio europeo in questo caso è del 12,8% e quello italiano del 17,6% (con l’obiettivo di arrivare al 10% entro  il 2020). L'Italia si trova al 24° posto, davanti soltanto a Spagna, Malta e Portogallo. Grandi le differenze a livello regionale: in testa il Molise che ha superato il limite indicato dalla UE con il 9,9% di abbandoni; la Toscana si colloca in una posizione medio-bassa: 17,5%, ma preoccupa l’incremento del dato negativo (+ 1,2 rispetto al 2006. Dati MIUR 2013). 

                Numeri che registrano una scollatura profonda tra la situazione della società italiana e gli obiettivi UE.   

Darwinismo formativo

Quali rimedi a livello regionale? Non abbiamo la pretesa di una soluzione a portata di mano. Avanziamo una proposta relativa all’orientamento. Perché consideriamo che questo sia uno degli elementi cardine per prevenire abbandoni prematuri e rendere meno sgradevole l’impegno dello stare a scuola e continuare a studiare oltre l’obbligo di legge.

Essere ben orientati è il primo passo per creare una solida motivazione fra i giovani e appassionarli al loro impegno scolastico. Che, non dimentichiamolo, è oggettivamente gravoso.  Anche economicamente sia per le risorse statali che familiari. Uno studente di scuola secondaria costa circa 7.400 €/anno alle finanze pubbliche; a queste vanno aggiunte le risorse familiari e si intuisce che è ragionevole una cifra che raggiunge, se non supera, i 10.000 € annui. Oltre a ritardare l’accesso nel mercato del lavoro, già tardivo nel nostro Paese.   

Riteniamo che per bloccare la triste migrazione dei drop out  il primo passo sia di rendere l’apprendimento e lo sviluppo della propria mente un interesse sociale. Al pari della salute. Il successo scolastico e formativo non può rimanere un problema esclusivo delle famiglie e degli insegnanti. L‘intera società deve sentire come proprio l’impegno a incrementare conoscenze, competenze, abilità culturali e lavorative. Serve per superare quella sorta di darwinismo formativo che colpisce i giovani che provengono da situazioni socio-economiche disagiate ai quali preclude l’accesso agli studi superiori. Che siano studi secondari, università, IFS o altro.

Ma serve anche per superare l’anomalia opposta. Quella che va sotto il nome di “sovraistruzione” (overeducated). Situazione che si verifica quando il titolo di studio conseguito non è richiesto e è sovrabbondante rispetto al ruolo occupazionale ricoperto. Quanti laureati in lettere o filosofia svolgono la funzione di cassiere ai supermercati o di addetti al magazzino; quanti laureati in giurisprudenza esercitano lavori per i quali il conseguimento della laurea non era necessario? Si potrebbero elencare  centinaia di casi. Risorse umane e economiche – pubbliche e private - impegnate in modo improprio, se non addirittura sprecate; speranze, attese frustrate e deluse. 

Come è possibile prevenire o ridurre queste distorsioni del sistema che regola i rapporti tra scuola-università- mondo del lavoro?  Divulgando il più possibile la cultura della cultura. Non è vero che abbiamo troppi laureati, non è vero che chi è laureato trova lavoro con maggiore difficoltà. E’ vero, al contrario, che una qualifica professionale maggiore assicura un posto di lavoro migliore e più stabile e permette una maggiore flessibilità in caso di crisi produttive; è vero che la Regione interviene con sussidi anche economici per aiutare i giovani che vogliono proseguire il loro percorso formativo. Ma non c’è informazione sufficiente. Per questo abbiamo pensato di rendere popolari questi temi collaborando con le TV locali, assegnando loro il ruolo sociale di informazione e di orientamento sul territorio.

 A proposito di darwinismo formativo, non può passare inosservata la presenza delle diverse etnie presenti sul territorio regionale. A essere privi di orientamento, prima che i figli, sono i genitori. Ignorano tutto del sistema scolastico italiano. Non ne conoscono le modalità, le opportunità che offre, le insidie che cela.  Ai loro occhi si presenta come un labirinto nel quale è più facile perdere la strada che uscirne indenni.  

I dati rilevati dal MIUR nell’anno 2012/2013 mostrano che ben il 38,2% degli alunni  stranieri (di tutti gli ordini di scuola), si trova in una situazione di ritardo scolastico, a  fronte di un ben più contenuto numero di alunni con cittadinanza italiana (11,6%). La percentuale è più elevata all’innalzarsi della loro età. Nella scuola primaria i bambini in ritardo rappresentano il 16,3% fra quelli con cittadinanza non italiana e il 2,0% fra quelli con  cittadinanza italiana; nella scuola  secondaria di primo grado sono il 44,1% fra gli stranieri contro l’8,0% di quelli italiani; nella scuola secondaria di secondo grado la percentuale di alunni stranieri in ritardo  nel percorso scolastico è molto elevata: 67,1%, contro il 23,9% degli italiani.

I giovani di origine immigrata manifestano una specifica vulnerabilità scolastica, soprattutto se di prima generazione; hanno performance peggiori rispetto agli autoctoni, maggiori probabilità di abbandono precoce del percorso di istruzione/formazione, più elevati rischi di divenire NEET; rappresentano una nuova fascia debole, a rischio di insuccesso scolastico, assimilabile ai soggetti di status basso.  In questo senso l’immigrazione si può considerare uno “specchio” dei punti critici del nostro sistema scolastico, in cui si annida il rischio di non garantire pari opportunità a tutti gli studenti svantaggiati, siano essi italiani o stranieri[1]. L’evidenza empirica mostra che l’informazione gioca un ruolo fondamentale per operare delle scelte giuste.

 

   Una Regione che educa     

   Il fenomeno NEET, appunto. E’ una mina per la coesione sociale dei territori. Non è pensabile risolverlo con le sole forze spontanee del mercato del lavoro; occorrono interventi progettuali di orientamento e di formazione. E’ necessario fare leva sulle famiglie, sui soggetti in grado di fare comunità sul territorio. Occorre delineare una politica territoriale del’educazione nella quale  l’orientamento abbia un ruolo strategico assieme a politiche di raccordo delineate dagli attori locali per i percorsi scolastici, la formazione e  l’inserimento lavorativo[2].

 Gli “open day” proposti dagli istituti secondari e dalle università assomigliano sempre più a dei suck nei quali ognuno cerca di attirare clienti nel proprio stand, a vendere il proprio prodotto, senza curarsi più di tanto degli interessi del cliente. Ma questa è informazione pubblicitaria, non proprio orientamento. 

La sfida è la creazione di comunità sostenibili che funzionino come spazi di riflessione finalizzati all’ apprendimento. Si tratta di attivare un modo diverso di pensare le relazioni tra le istituzioni, di mettere in luce la loro interdipendenza, i problemi comuni che li legano e che necessitano di soluzioni condivise, pur nella differenziazione delle responsabilità. La scuola è una comunità che è  inserita in una comunità più ampia con la quale deve dialogare e avviare momenti di cooperazione. Per conseguire questo obiettivo occorrono dei mezzi adeguati per una comunicazione ampia e efficace sull’intero territorio.

Riteniamo che le TV locali possano diventare uno spazio favorevole nel quale avviare questo confronto, uno luogo nel quale confrontare opinioni e esporre idee. Le istituzioni pubbliche, il mondo della scuola, quello della produzione, l’associazionismo potranno diventare reciprocamente interlocutori.

L’orientamento non avviene in un deserto, ma in territorio ricco di opportunità, in un tessuto dove scuola secondaria, università, aziende convivono una accanto all’altra, ma conoscono appena le reciproche attività, non la ricchezza culturale e produttiva di ciascuna.

Per ogni individuo esistono delle zone grigie, dei momenti di passaggio nei quali assumere delle decisioni e orientare le proprie scelte in modo corretto è vitale. Vorremmo provare a illuminare queste rotonde della fase adolescenziale nella quale ognuno mette in gioco una parte della propria esistenza.

Lo chiariscono i numeri di una ricerca effettuata da Alma Diploma che ha coinvolto oltre 48mila diplomati del 2011, 2009 e 2007 intervistati a uno, tre e a cinque anni dal conseguimento del diploma. I dati  rilevano  che alla vigilia dell’esame di Stato il44% degli studenti, potendo tornare indietro, compirebbe una scelta diversa rispetto alla scuola e all’indirizzo. Un giudizio meno severo lo danno i diplomati intervistati dopo un anno: la quota di chi varierebbe, anche solo parzialmente la propria scelta,  scende di 4 punti. Fenomeno comprensibile perché è una decisione presa  in un’età in evoluzione in cui a scegliere di fatto sono le famiglie e gli insegnanti della scuola dell’obbligo e che poi viene rielaborata a vent’anni, da persone ormai adulte. Ma rimane pur sempre un 40% di diplomati che anche a un anno dal diploma dichiara di “non aver fatto la scelta giusta”. E nel tempo, ovvero in questi dodici mesi dal diploma, il malcontento rispetto alla scelta compiuta a 14 anni mentre si attenua tra i liceali si acuisce tra i diplomati professionali. Il segnale, probabilmente, di una preparazione non adeguata e/o di un mercato del lavoro in crisi che porta a rivedere anche le scelte formative iniziali.

Nella scelta universitaria ancora una volta si segnala una difficoltà rispetto ad abbandoni e ripensamenti. A un anno dal titolo, per il 12%  la scelta universitaria si è dimostrata non soddisfacente: il 6% ha deciso di abbandonare l’università fin dal primo anno, mentre un ulteriore 6% è attualmente iscritto all’università ma ha già cambiato ateneo o corso di laurea. E le cose non migliorano a tre anni dal diploma: sale al 18% dei diplomati  la quota di insoddisfatti. Valori che risultano maggiormente positivi rispetto a quanto segnalato da tempo dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario: le mancate iscrizioni al secondo anno di università sono il 17%.

Forse vale la pena di ribadire ancora una volta che la consistenza e la qualità del capitale umano disponibile risulta la risorsa più importante sulla quale investire se si vuole assicurare futuro al Paese. Nota il premio Nobel per l’Economia Gary S. Becker: Le attrezzature, gli impianti in un’impresa sono necessari, ma è altrettanto fondamentale che ad utilizzare gli strumenti di lavoro ci siano persone capaci, sia fra i lavoratori, che fra gli imprenditori” perché per un Paese “la crescita risulta impossibile in assenza di una solida base di capitale umano. Il successo dipende dalla capacità di una nazione di utilizzare la sua gente.



[1] Ovviamente la situazione universitaria non fa che registrare un aumento del divario. Nelle università italiane troviamo 1 cittadino straniero ogni 22 immatricolati, 1 ogni 26 iscritti complessivi all’università, 1 ogni 34 laureati (oltre 8mila l’anno).

 

[2] Cfr. S. Cacciari, L’utilità del caso britannico per comprendere il problema dei giovani NEET a Livorno, in A. Mariani (a cura di) L’orientamento e la formazione negli insegnanti del futuro, Firenze, University press, 2014